lunedì 21 ottobre 2013

"Storia di una storia della settimana scorsa che non era ancora finita". Capitolo II. Fumo e cenere.

Disclaimer: questo romanzo è scritto di getto e lo scrivo quando ne ho voglia. La storia, proprio per la sua natura casuale, attraversa generi e linguaggi diversi, senza alcuna pretesa di sensatezza. Non vi rimane che leggere e, quando/quanto possibile, divertirvi. Voster Guido Ingenito.



"Storia di una storia della settimana scorsa 
che non era ancora finita". 
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Capitolo II. Fumo e cenere.

Conobbi Ash in un locale malfamato, di quelli pieni di fumo e cenere e persone amanti della solitudine di gruppo. Dovevo mettermi alle spalle una giornata piuttosto faticosa e non c'era niente di meglio della scoperta di un posto nuovo, non strano, semplicemente nuovo. Cercai su google "localaccio da quattro soldi" e scelsi con cognizione di causa l'ultimo dei risultati trovati. Il nome era tutto un programma: Bar Biere.
Ci impiegai un paio di ore prima di trovarlo, lì, nascosto in un vicolo senza un nome, affacciato su una strada piena di pozzanghere nonostante avesse fatto bel tempo per tutto il giorno. In quegli specchi d'acqua si riflettevano le insegne al neon tipiche dei centri massaggi asiatici e mozziconi delle più svariate marche di sigarette. Avevo capito che il buon Brian era passato da quelle parti. Dovete sapere che Brian (sì, sto per partire per la tangente) è l'unico uomo al mondo che sperimenta le sigarette per conto del governo. O almeno così diceva lui. Visto che non specificava di quale Paese.
Entrai nel locale e venni investito da un odore piuttosto acre, un misto di calzini usati e dopobarba scaduto. Lo stesso aroma che provai bevendo il whiskey della casa, servito su un fondino (tenuto insieme da scotch - gioco di parole involontario) di un locale greco il cui stemma era composto da un dito medio smaltato oro. Il padrone del posto, il buon Grigorios Esposito detto Gigio, mi disse che scappò da Atene quando cominciarono i primi veri tumulti indipendentisti che portarono alla creazione del Sacro Regno di Sparta. Quei fondini erano il suo tesoro, l'ultimo ricordo di un'infanzia felice vissuta tra banchi di scuola e l'apprendistato nel locale del padre (di cui però, forse per remora verso un forestiero, non mi disse il nome). Infatti: buttava tutto ma non quei fondini che in un eterno ciclo di nascita, vita, morte, rinascita, tornavano in fondo a boccali di whiskey e rhum della peggior fattispecie. Gli chiesi comunque delucidazioni in merito allo stemma di quel glorioso bar: lì vidi Gigio per l'ultima volta. Si rintanò in cantina per non uscirne più. Domandai allora un secondo bicchiere di quello stracciabudella a suo figlio (per la cronaca: Demetrios, detto Franco) che me lo versò senza battere ciglio. Un tipo piuttosto essenziale, quel ragazzo. Non si perdeva in fronzoli, nemmeno in ciance, di baggianate nemmeno l'ombra. Una serie di qualità che ben nascondevano quel suo continuo grattarsi il culo e ruttare come se non ci fosse stato un domani. Bevvi tutto d'un sorso e poi cominciò a girarmi la testa come se mi avesse preso a sberle un tir trasporta camion. L'ebbrezza durò credo un quarto d'ora e in quei quindici minuti vidi cose incredibili e sentii rumori impossibili.
Fu proprio durante quel delirio che conobbi Ash.
L'avevo scambiato per una figa da urlo. Gli afferrai quei capelli neri come un gatto di Edgar Allan Poe convinto di aver rimediato la scopata definitiva. Mi accorsi che era un uomo (comunque bello da star male) durante il bacio, che nella mia testa era un preambolo a uno stupro gratificante e onorevole. Lui si divincolò con una certa grazia, quasi non gli importasse della violenza ma solo l'ironia dell'equivoco creatosi. Probabilmente era invece incazzato nero, ma questo immaginai mentre ero per terra con il sangue alla bocca dopo un pugno pieno di un "ma che cazzo stai facendo" che aspettava di uscire dall'ultima visita alla prostata. Sì, in quella tremenda e sanguinosa sbronza me l'ero immaginato così ipocondriaco da andare dal medico alla prima scoreggia non prevista. Non per chissà quale motivo, lo ribadisco. Ero in pieno delirium tremens (così mi raccontarono gli abitanti del posto) e così è se vi pare.
Quando mi alzarono ero un joker senza trucco, nemmeno inganni. Mi fecero sedere, mi portarono un buon bicchiere di Resuscita Morti (pagarono loro, loro "chi" non ho ancora capito) e mi picchiarono selvaggiamente. Avendo però il buon cuore di non massacrarmi la faccia convinti che fossi Heath Ledger (ricordo un "Non toccategli la faccia come ha fatto quell'Indiano di Ash, gli serve per lavorare e a me i suoi film piacciono"). Mi percossero per una buona mezzora. Quando rinvenni riuscii a slegarmi e tutto era passato. Ero tornato lucido. Un paio di pirati del posto mi fecero un paterno applauso e una donna fanatica di Johnny Depp svenne. Non per me, ma proprio per il buon Johnny, vestito da troia barocca anni '30, che era entrato al volo chiedendo dove fosse il bagno per una questione a suo dire "femminile" (sottotesto: "Il mio amico Tim vuole che io faccia e dica questo"). Mi chiesi che cazzo ci facesse una donna lì dentro e mentre cercavo di rianimarla a colpi di kleenex bagnati mi risposero che era la madre di Demetrios.
Ma fanculo. Avevo altro per la testa.
Dove cazzo era finito Ash? Il locale si era ormai svuotato della metà (erano rimasti i due pirati, mezza famiglia Esposito, un canguro col vizio del bourbon e Tom Waits - o forse era il contrario, chi si ricorda) e nell'aria c'era spazio solo per l'odore di Fumo e Cenere che dà il titolo a questo capitolo, sinceramente scritto meglio del primo. Pagai il conto e scappai di corsa, poi tornai dentro ed uscii con flemma (non Flemma, era già andata via dannazione), affinché nessuno capisse che avevo frenesia da vendere (non volevo imbattermi in qualche sbirro della finanza e via di nuovo con gli equivoci). Girai l'intero isolato. Poi lo girai al contrario e ne venne fuori un otalosi. Mi ritenni soddisfatto, ma era un'amara vittoria. Avevo perso Ash, i suoi capelli, il suo pugno dritto sui denti. Dovevo trovarlo. Sia per me, sia per mandare avanti questa storia.
In fin dei conti avevo già deciso che lui ne fosse il protagonista.          

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